martedì 16 marzo 2010

tiroqualina

e poi non gli si venga a chiedere "come stai"... non era mai stato un sostenitore della risposta sincera, come anche della risposta esagerata. si può dire che era solito modulare la risposta alla fatidica ed inflazionata domanda in conseguenza di chi fosse l'inquisitore più o meno disinteressato di turno.

La questione più seria era quella di sapere come rispondere al "come stai" se era lui stesso a porsi la domanda. che fare in questo caso, bluffare, mentire spudoratamente, esagerare, essere addirittura sincero?

come si suol dire, continuava a rigirarsi i pollici mentre se lo chiedeva ed era giunto alla conclusione, giusto nel momento in cui la cottura della pasta, futura pasta pomodoro e basilico, era oramai impossibile da recuperare, a meno di avere una macchina del tempo a disposizione neanche fosse una macchina per stendere la pasta all'uovo, che era quasi impossibile ottenere una risposta da quel cane che era lì, nel suo stomaco, e continuava a cercare di mordersi la coda a tutti i costi da non sapeva più quanto tempo. ma non gli girerà la testa prima o poi?

assaggiando la pasta scotta si disse che era vita anche quella.

domenica 14 marzo 2010

piume di struzzo

ho guardato la superficie del lago, nugoli di uccelli intenti a corteggiarsi. Cigni maestosi con le piume drizzate, gonfiati neanche fossero fatti di meringhe e panna montata. la Folaga, che talvolta assomiglia più ad una puzzola volante poiché nera con strisce di pelo bianco laterali, ingaggia duelli con altri pretendenti uomini a colpi di petto, allo stesso modo di un gruppo di amici ubriachi alla fine di una serata molesta che si sbattono petto contro petto ridendo e dicendosi "ancora una volta", a braccia aperte come se avessero delle ali. e poi c'è lo Smergo (maggiore) che già dal nome suscita simpatia. all'altezza della nuca il suo pelo si ribella alla regolarità della forma del suo corpo: un uccello spettinato che in maniera spettinata cerca una compagna ancor più spettinata per accoppiarsi.

il riverbero dei raggi
di un sole che finalmente
scalda
colora la scena,
e dietro le montagne,
e sopra cielo,
l'aria trasparente
è come effervescente
quando entra nei polmoni,
un ghigno di vita sul volto
la stagione dell'amore viene e va..

venerdì 12 marzo 2010

milch

a volte uno torna a casa stanco e non ha voglia di dire nulla. poi le dita incominciano a battere sulla tastiera ed un mondo parallelo inizia a prendere forma. un luogo in cui sei tu a comandare e non c'è nulla che possa infastidirti, piena libertà di costruire lo scenario, di metterci dentro le parole e, se del caso, immaginare che qualcun altro le legga.

mi sono sempre piaciuti i rifugi, più quelli della mente che del corpo.
per per una strana ragione neuronale, appena pronuncio la parola rifugio, mi viene da pensare a quei chalets di montagna con musica tedesca ed il rumore degli scarponi in sottofondo, gli stessi che rendono robotica la camminata di chi li indossa. si, decisamente preferisco i rifugi della mente ai rifugi del corpo.

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stamattina un martello pneumatico ha deciso di mettersi in funzone sotto la finestra della camera da letto. ho provato a inovattarmi nei miei pensieri del primo mattino, un possibile rifugio, ma non sono riuscito neanche a tirare fuori uno straccio di sceneggiatura onirica per distrarmi dai rumori della realtà. cosi' eccomi qua, a mangiare cereali in una tazza senza latte. ho fatto fatica a ricordarmi dove ero e cosa facevo il giorno della data della scadenza indicata sul cartone del latte da mezzo litro, solitario nel frigo ed esteticamente meraviglioso con il disgno di una mucca che vola, non ho capito se grazie al latte che produce lei stessa, oppure per qualita' sue, e quindi il suo latte è speciale. anche se propenderei piu' per la seconda, non ci voglio piu' pensare, francamente importa poco, visto che sto mangiando cereali a secco.

si, francamente poco importa.

ci vuole una scala di importanza nelle cose. ci vuole per rispettarla e poi dopo un po' che la si conosce bene dimenticarsene. iniziare a giocare con la forza di gravità, salire i gradini facendone tre alla volta, due alla volta, bloccarsi durante la discesa, cercare un appiglio con le mani, usare solo una gamba, saltare a piedi uniti...

io, la cosa che mi piace di piu', è fare lo scivolo sul passamano, ma non riesce bene con tutti i tipi di scale.


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decisamente va meglio ora, quell'uno tornato a casa è riuscito a togliersi dalla mente un bel po' di stronzate della giornata appena conclusa. buona notte a tutti e buon week end.

domenica 7 marzo 2010

in principio fu il verbo

e non mi si venga a dire che qualcuno l'aveva già detto, o che si poteva cercare l'informazione su internet o che-so-io.

il bello delle cose sta spesso e solamente nell'annunciarle. esistono moltissime persone che nella loro concezione verbale del mondo (nozione che mi ripropongo di elaborare e chiarire quanto prima) fanno un sacco di cose.

non è una questione di essere farfalloni o meno, se si guarda bene la quastione le ragioni possono essere più profonde. infatti tutto dipende dal livello di severità e di indulgenza che si ha con se stessi, dalla necessità di dire delle cose o, più precisamente, il fatto che ci sia qualcuno ad ascoltarle e poi, fortunatamente, se ne dimentichi subito.
il fatto di dire di fare qualcosa o, nelle ipotesi più diffuse, dire di voler fare qualcosa, spesso rilassa la motivazione per fare quella tal cosa. avere esternato il pensiero di voler fare quel qualcosa corrisponde a l'averla fatta. è come se l'annuncio ci attribuisca uno status che le persone dovrebbero notare subito, come se ci fossimo auto-taggati nel mondo reale. ma la cosa che sfugge è che si tratta di un tag nel mondo delle parole e non della realtà.

mi rendo conto che svegliarsi una domenica mattina e tirare fuori questi pensieri potrebbe essere una buona ragione per essere mandato, letteralmente, a cagare; o lo posso anche accettare anzi, sai che ti dico, seguo letteralmente il consiglio e letteralmente vado a cagare: non importa se ci andrò davvero o no a sedermi sulla tazza, è importante averlo detto.

mi sono accorto che ho dimenticato la cosa principale che volevo dire, ragione per cui ero partito dalla bellezza degli annunci. Ebbene, per fare un uovo alla coque lo si deve cuocere in acqua bollente per tre minuti, esatti, se si scapella in eccesso non si ha più un uovo alla coque, ma un uovo quasi sodo.

ultima cosa a proposito delle uova: da noi in italia il rosso d'uovo si chiama rosso d'uovo, nei paesi francofoni il rosso d'uovo si chiama giallo d'uovo.

venerdì 5 marzo 2010

influssi di flussi

il paesaggio schiarito lo aveva ingannato. l'abbigliamento si era rivelato in tutta la sua leggerezza al contatto con la temperatura esterna: il sole c'era ma era come di carta, non scaldava. aveva pensato che la sensazione era simile a quella che si prova sollevando un pezzo di marmo di polistirolo.
Mise le mani insensibili nelle tasche neanche fossero degli arti estranei, e si incamminò verso una giornata tutta da scoprire.

ben presto si rese conto che ci sarebbe stato ben poco da scoprire, si sarebbe trattato di un giorno da disadattato. gliene ne capitava almeno uno ogni tre ricariche di cellulare, quindi, a seconda della nazione in cui si trovava, ogni sei o sessanta giorni lavorativi.

al primo sorriso spacciato sinceramente si accorse che il fatto stesso di averlo spacciato aveva causato nel suo destinatario una certa dose di diffidenza. rifletté sul fatto che i sorrisi forse andavano offerti pubblicamente invece di essere spacciati.

poi ci si era messo anche il multimat, strano aggeggio che sostituisce un impiegato di una banca che, senza neanche avvertirlo, si era inghiottito la sua carta.
si era immaginato lo stomaco del multimat: una stanza meccanica dove le tessere bancomat si depositavano come strati di pasta sfoglia tutte tremanti sotto gli occhi dei secondini a transistors. grazie a questa immagine, un mezzo gaudio si fece strada nella sua mente pensando al destino economicamente comune dei proprietari di ciò che, oramai, non era altro che un insieme di strati di pasta sfoglia ripieni di crema al microchip.

ebbe la certezza della giornata da disadattato quando tutta una serie di domande che si affacciavano al balcone dei suoi pensieri mettevano fuori giusto la testa, uno sguardo fugace alla fredda realtà, e poi si ritraevano fra le calde sinapsi.

pensò che forse le giornate da disadattato sono inversamente proporzionali al senso critico e che, paradossalmente, i pregiudizi potevano salvarlo offrendogli una soffice coperta in cui arrotolarsi fino all'arrivo della primavera.

andava di fretta, dimenticava cose fondamentali, ritornava indietro. desiderava il divano.

finalmente in fondo alla giornata rientrò, aprì la scatoletta magica per dare un taglio netto a quel 5 marzo che persino il cellulare gli segnalava come il 6, e scoprì, restando zen, che fra gli attrezzi gliene mancava uno, non sufficiente e pur tuttavia necessario, almeno il tabacchi era giusto sotto casa..

mercoledì 3 marzo 2010

To freddy with all my mistakes and my chili pepper

I went there to say hello to some friends. The second day, in the afternoon, my dandy friend forbad me to drink water with his left hand. Red wine sometimes is delightful, some others is liquid headache in a bottle. In Albion it is always delightful especially with a sandwich made of dry tomatoes and shining kindness.

Cigarettes were like minutes in the white warm flat somewhere in Camdentown, waiting for somebody like waiting for Godot. My bladder start to be tired when the sun went down and people, not like godot, arrived with ice, bottles and a lot of words coming out from their mouths.

My stomach started to speak english with the others and it was time to have dinner, but last gin & tonic, please!
Again somewhere, in Soho, spanish red wine in ours galasses, people with noses, big noses, people with hairs, long hairs, people with surenames, a lot of surnames.

"Take it, take another little peace of my heart" but the girl at the door didn't like Janis Joplin. Me and my friend had to smoke a cigarette, i had to drink some water and leave my wings at the entrance. You have to be calm in the club, like in a church, you can't dance with people especcially in the V.I.P. zone, you can't drink from the bottle even if there is not fucking glasses at your table, you can sing, yes if you want you can sing moving a little your legs and clapping your hands like in a church, as i said. But the funny part of the story comes if you do all that is forbidden.

And than it was time to go, to take your coat from the wardrobe, to lose your wings and the guys that were with you.

I was outside, without my address and without my wings, looking for an hotel. At the third attempt i decided that i wanted to book a room in french. the consiege didn't speak french even if a fucking consiege is supposed to speak french too. I said to him that he was a fucking consiege of an hotel and he was supposed to speak french too, because i wanted to take a room in french and not in english. He said fuck off, i said fuck off too and showed him the middle french finger.
I continued to walk with all the possible pride in my chest, it was impossible, after all the english day, to sleep in english. Anyway, the 149 N ended me up in Camdentown and a taxy on a sofa by liverpool station.

Mesdames et Messierus bienvenue à...I woked up, sitted on a landed plane, a britsh airways steward asked me if i was feeling better and i grumbled something like sweet/ sweet/ sweet love, sweetest hangover..

martedì 2 marzo 2010

la gestione dei conflitti

dopo qualche ora con una persona in possesso di un cervello stupefacente, e questo è un giudizio che esprimo nel pieno delle mie facoltà mentali, mi sono venute a cascata una serie di riflessioni delle quali vi parlerò, non prima ovviamente di aver fatto una degna digressione in uno degli argomenti su cui preferisco disquisire ultimamente (e non c'è bisogno di links, credo) e cioè la toilette, o meglio, il buon comportamento da avere quando si è un ambiente del genere che, ontologicamente, è un ambiente di merda.

ebbene un dubbio amletico mi si è presentato: supponiamo che entri in una toilette più o meno pubblica, non il bagno di casa tua dove sei da solo. sei in piedi - ragione per cui al quesito non potranno rispondere le donne e con questo non voglio essere maschilista, diciamo che non lo sono neanche per vocazione, credetemi - e fai pipì. sei serio, guardi davanti a te e leggi geberit (magari ti domandi come cazzo è che di fronte ai cessi in piedi c'è sempre un quadrato cromato o in plastica su cui in un angolino c'è scritto geberit) e senti i rumori tupici di una toilette: scrosci d'acqua, getti d'aria, porte che si aprono e si chiudono.
Ebbene, se nel momento in cui sei in piedi e fai pipì senti la necessità di fare uscire dell'aria usando gli sfinteri, cosa fai, la fai uscire contemporaneamente anche se c'è qualcuno affianco che è dedito allo svuotamento della vescica come te, con il rischio di urtarne la sensibilità, oppure termini l'operazione dell'orinare e vai nel gabbiotto per liberarti dell'aria in eccesso nel tuo intestino? è chiaro che se sei da solo non ti poni neanche la domanda. e vale lo stesso per i rutti? possiamo considerare lo spazio racchiuso fra quattro mura e chiamato toilette come una zona franca?

adesso mi riallaccio all'introduzione. le riflessioni a cascata di cui dicevo sopra finiscono nel laghetto affermativo seguente:
spesso non si sanno le risposte perché sono le domande ad essere mal poste.

sabato 27 febbraio 2010

prima di mezzanotte

mentre guidavo per salire di quota ho pensato che potrei scrivere una storia su me stesso nella quale mi descrivo esattamente, senza scampo.
in questa storia poi capita a me stesso di leggere la storia e, messo di fronte alla realtà di un me stesso smascherato, tento il suicidio con successo. così poi ce l'ho con me stesso per tutto il resto della vita.

dopo mi sono fermato per fare benzina ed ho perso il filo del ragionamento, cosa di cui sono contento. ci pensi a prendermela con me stesso per il resto della mia vita e per di più per il fatto di essermi suicidato?

per una volta in una disputa con me stesso ho avuto ragione io e non l'altro come sempre. mi sa che sta storia la scrivo su qualcun altro, se poi se si suicida cazzi suoi, io non l'ho fatto apposta.

anzi, facciamo che mi tocco le palle, non ci penso più e vado a dormire. oggi è stata una giornata abbastanza lunga.

giovedì 25 febbraio 2010

La pigrizia è il motore che muove l'uomo moderno

ci stavo pensando un attimo prima di addormentarmi, poi questa frase fatta di luci al neon bianche ed intermittenti - la pigrizia e' il motore che muove l'uomo moderno - mi si è presentata davanti alle palpebre ogni volta che provavo a chiudere gli occhi e ha incominciato ad impedirmi di dormire.

ci ho ripensato nel mio non sonno ed effettivamente credo sia vero.
non parlo della pigrizia che non ti fa fare lo sport, che magari non fare sport a volte è anche salutare. non me lo sto inventando io, lo ha detto Winston Churchill che campo' oltre gli ottanta anni a forza di sigari ( c'é una marca di sigari che si chiama come lui) e, da buon inglese, gin & tonic.

Parlo di quella pigrizia che fa usare la calcolatrice al negoziante per capire quanto resto di deve dare se paghi 6 euro e 80 e gli dai 10 euro; parlo della pigrizia che non ti fa mettere la "o" in mezzo alle due enne per scrivere "non", anche se il numero di caratteri non ha un prezzo; parlo della pigrizia di coloro che non hanno neanche la buona volontà di domandarsi se un'accento ci va o no su quella determinata e fottutissima "e" e che non si chiedono mai, neanche per sogno se, magari, ogni tanto qua e là un cazzo di accento lo dovrebbero mettere almeno per scrupolo, in dubio pro accento! parlo dell'insormontabile pigrizia che si presenta al momento di fare la raccolta differenziata, pigrizia dell'utente e del raccogliente (perché per esempio in inghilterra, come utente, devi dividere solo il grosso, il resto lo fanno le società che si occupano dello smaltimento, che poi se ne occupano davero); parlo della pigrizia di dover fare un controllo in piu' per fare le cose in regola o per scoprire se le cose sono state fatte in regola o studiare bene una problema per cercare di fare delle buone regole; parlo della pigrizia che ci fa prendere la macchina per fare duecento metri a piedi e, al riguardo, scuso solo chi ha delle protesi alle gambe, che poi, alla fine, loro invece la macchina non la prendono neache; parlo della pigrizia degli scienziati della finanza che, quando gli spiegarono i prodotti strutturati sui mutui americani, le subprime, si fidarono sulla parola ed accettarono di distribuirli sul mercato senza domandarsi se ste formule astruse funzionavano o erano uguli alla titrizzazione dei peli del mio pube e dunque un nulla matematico! parlo della pigrizia del "tanto fanno tutti cosi'" che é quella peggiore e mi ha fatto già innervosire solo scriverla e spero anche a voi nel leggerla; parlo della pigrizia di non avere voglia; parlo della pigrizia di pensare davvero alle cose, anche se già di per sé "pensare davvero" secondo me è un pleonasmo.

è come della sabbia che si inserisce negli ingranaggi del pensiero, prorpio nel passaggio fra il pensiero e l'azione, alla giuntura, fino a bloccare definitivamente tutto il marchingegno, cosi' i gesti sono mossi da non pensieri.

quindi se, nonostante la pigrizia, volessimo chiudere il sillogismo, esso diviene: l'uomo moderno è mosso da non pensieri.

magari le cose pero' non stanno cosi' male, i sillogismi a volte mentono, o meglio sono un modo per vendere per buone delle cose che buone in realtà non sono; occorre diffidare dei sillogismi e della troppa razionalita', seno' ci si annoia. quindi, almeno , spero che non sia proprio tutto cosi'.

adesso me ne vado a dormire e lascio pure una canzone piu' o meno in tema, ci tengo pero' a sottolineare che "lazy" vuol dire "pigro", casomai, nonostante l'eloquenza del video, quella sabbia, avendo gia' bloccato gli ingranaggi, non vi blocchi la voglia di saperlo!

un ultima cosa, cosi' evito anche di starvi sul cazzo: della traduzione a me l'hanno detto, mica l'ho capito o me lo sono cercato sul vocabolario..

buon ascolto.

mercoledì 24 febbraio 2010

quisque de populo

dopo qualche tempo stasera ho sbirciato nella televisione italiana. mi è capitato un programma abbastanza interessante sulla politica. ora, io non voglio parlare di politica, è l'ultima cosa che mi sogno di fare in questo mio spazio digitale. la riflessione che voglio fare però, trattandosi di spazio autoreferenziale, riguarda la certezza inconfutabile che con le parole si può dire, per usare un'espressione comune, tutto ed il contrario di tutto. la differenza sta solo nelle orecchie di chi ascolta.

parlando di chi ascolta, non sarò nè il primo nè l'ultimo a dire che noi italiani, come componenti del popolo, siamo oggigiorno poco equipaggiati di coscienza civile e soprattutto critica rispetto a quello che ascoltiamo.

quando parla una persona ad un uditorio che è un Paese, il soggetto che ascolta non è un insieme di tutte le persone che compongono il popolo, ma Il Popolo, cioé un soggetto collettivo che ha una coscienza polverizzata e che, come diceva george brassens (se si è in più di tre si è coglioni), è un coglione.

quando i componenti del soggetto collettivo escono da questa essenza di uditorio per fare delle scelte personali sulla base di una coscienza critica che già di per sé è scarsa, ed è ancor di più diminuita dall'essere stai parte del soggetto collettivo nell'ascoltare, succedono i patatrac.

trattasi di uno status quo.

viva san remo!