giovedì 17 dicembre 2009
vuoto creativo di una giornata domestica
ci sono dei giorni nei quali la neve scende giù senza pensare troppo alla forza di gravità.
un sorriso ti si stampa sulla faccia guardando fuori dalla finestra, per qualche ragione topo-geografica la neve mi emoziona, emoziona chi non ci è abituato e, una volta che ci hai fatto l'abitudine, la sensazione di meraviglia-misto-felicità resta in maniera posticcia dentro di te.
poi si presenta un paradosso logico comunicativo:
è notorio che quando una conversazione, telefonica, digitale o a quattrocchi, giunge alla cronaca metereologica e/o all'espressione del proprio parere al riguardo, vuol dire che i tempi sono maturi per chiudere la suddetta conversazione.
se hai un minimo di approccio umoristico nella vita, usi questa considerazione come una regola intransigibile.
visto che sei emozionato dalla neve, in ogni conversazione, senza nessun nesso logico, ci metti dentro il fatto che sta nevicando.
l'emozione da neve è causa di isolamento comunicativo.
un sorriso ti si stampa sulla faccia guardando fuori dalla finestra, per qualche ragione topo-geografica la neve mi emoziona, emoziona chi non ci è abituato e, una volta che ci hai fatto l'abitudine, la sensazione di meraviglia-misto-felicità resta in maniera posticcia dentro di te.
poi si presenta un paradosso logico comunicativo:
è notorio che quando una conversazione, telefonica, digitale o a quattrocchi, giunge alla cronaca metereologica e/o all'espressione del proprio parere al riguardo, vuol dire che i tempi sono maturi per chiudere la suddetta conversazione.
se hai un minimo di approccio umoristico nella vita, usi questa considerazione come una regola intransigibile.
visto che sei emozionato dalla neve, in ogni conversazione, senza nessun nesso logico, ci metti dentro il fatto che sta nevicando.
l'emozione da neve è causa di isolamento comunicativo.
sabato 12 dicembre 2009
convivii
si parlava di grigliate.
ad un certo punto mi disse, a proposito di un alimento:
servono a fine ripasso, ti sorprendono piacevolemente
e servono a concludere e a sciacquarti la bocca;
hanno bisogno di un pò di tempo per cuocersi,
occorre metterli sul fuoco e, semplicemente,
dimenticarsene mentre si mangiano le altre pietanze.
quando meno te l'aspetti,quando ognuno sarà seduto ad
un metro dal bordo del tavolo, quando, dopo discussioni
e corto metraggi, la fame sarà ritornata,
ti sorprenderanno come un miraggio nel deserto.
dopo una pausa di silenzio sorridente concluse:
ma poi alla fine, l'importante è che abbiano la pelle, altrimenti
la carne dei gamberoni di terra non avrebbe nulla da dirti!
[traduz. mia].
ad un certo punto mi disse, a proposito di un alimento:
servono a fine ripasso, ti sorprendono piacevolemente
e servono a concludere e a sciacquarti la bocca;
hanno bisogno di un pò di tempo per cuocersi,
occorre metterli sul fuoco e, semplicemente,
dimenticarsene mentre si mangiano le altre pietanze.
quando meno te l'aspetti,quando ognuno sarà seduto ad
un metro dal bordo del tavolo, quando, dopo discussioni
e corto metraggi, la fame sarà ritornata,
ti sorprenderanno come un miraggio nel deserto.
dopo una pausa di silenzio sorridente concluse:
ma poi alla fine, l'importante è che abbiano la pelle, altrimenti
la carne dei gamberoni di terra non avrebbe nulla da dirti!
[traduz. mia].
martedì 8 dicembre 2009
shopping natalizio per l'arredamento del proprio ego
olindo aveva imparato a fare shopping da H&M, ma ogni volta era sempre lo stesso risultato.
entrava nello store, ci stava dentro delle ore, sceglieva e si diceva soddisfatto dei propri gusti. indossava, e si diceva disgustato dalla qualità made in china. poi guardandosi allo specchio del camerino, realizzava che la qualità made in china andava a nozze con le sue finanze.
leggera pausa riflessiva di olindo sullo stile: ma è davvero ontologicamente legato al denaro?
utilizzo della nota uscita di sicurezza "questione-di-principio" me-ne-frego-per-principio.
un paio d'ore dopo, ritroviamo olindo sul marciapiede, le mani libere di essere messe in tasca. una mano tiene letteralmente fra le dita i resti di una sigaretta letteralmente sfiammata. si sente stressato, sia lui che la mano che letteralmente teneva fra le dita una sigaretta letteralmente sfiammata che ora è stata letteralmente schiacciata a-modi-come-on-let's-twist-again con la punta del piede destro.
si sente come se gli avessero tolto i cavalletti che mantengono in equilibrio il cervello nella scatola cranica.
seconda leggera pausa riflessiva di olindo sull'impiego delle ultime due ore: ma a che mi è servito stare là dentro se poi non ho comprato nulla?
risposta che sfiora il paradosso del pensare-di-aver-pensato-di-aver-pensato-di-pensare. prima di riabbassare la maniglia della "questione di principio": me-ne-frego-per-principio, olindo scorge adamo che cammina sul trottoir carico di buste dalle grandi firme, come un modello di detroit.
la mente si svuota, non ci sono maniglie da abbassare, piccole riflessioni da fare, paradossi da utilzzare, c'è solo da mischiarsi nella folla.
olindo diventa uno qualunque.
entrava nello store, ci stava dentro delle ore, sceglieva e si diceva soddisfatto dei propri gusti. indossava, e si diceva disgustato dalla qualità made in china. poi guardandosi allo specchio del camerino, realizzava che la qualità made in china andava a nozze con le sue finanze.
leggera pausa riflessiva di olindo sullo stile: ma è davvero ontologicamente legato al denaro?
utilizzo della nota uscita di sicurezza "questione-di-principio" me-ne-frego-per-principio.
un paio d'ore dopo, ritroviamo olindo sul marciapiede, le mani libere di essere messe in tasca. una mano tiene letteralmente fra le dita i resti di una sigaretta letteralmente sfiammata. si sente stressato, sia lui che la mano che letteralmente teneva fra le dita una sigaretta letteralmente sfiammata che ora è stata letteralmente schiacciata a-modi-come-on-let's-twist-again con la punta del piede destro.
si sente come se gli avessero tolto i cavalletti che mantengono in equilibrio il cervello nella scatola cranica.
seconda leggera pausa riflessiva di olindo sull'impiego delle ultime due ore: ma a che mi è servito stare là dentro se poi non ho comprato nulla?
risposta che sfiora il paradosso del pensare-di-aver-pensato-di-aver-pensato-di-pensare. prima di riabbassare la maniglia della "questione di principio": me-ne-frego-per-principio, olindo scorge adamo che cammina sul trottoir carico di buste dalle grandi firme, come un modello di detroit.
la mente si svuota, non ci sono maniglie da abbassare, piccole riflessioni da fare, paradossi da utilzzare, c'è solo da mischiarsi nella folla.
olindo diventa uno qualunque.
lunedì 7 dicembre 2009
martedì 1 dicembre 2009
amoda
pieno di buoni propositi e come se niente fosse adamo si lancia fuori dalla porta della propia casa. sorride ed affetta un'espresisone sorpresa, ma è chiaro che ha sentito il rumore della serratura della porta dell'appartamento di fronte.
una ragazza dell'est, scura e lucente di pelo cadente sulle spalle, il colore della pelle decisamente in linea con la sua provenienza geografica, attende l'ascensore riducendo e riespandendo lo spessore delle proprie labbra di rosso pitturate.
adamo sorride, la ragazza dell'est che, senza troppa fantasia, risponde al nome di olga, dimostra un certo imbarazzo. evidentemente la manovra di adamo ha destato qualche sospetto. impigiamato, improfumato da far venire il mal di testa, tiene fra le mani un sacco della spazzatura che, in caso di discussione al riguardo e per non essere volgare, avrebbe chiamato pattume.
adamo è al settimo cielo al pensiero di dover dividere uno spazio cosi' costretto con la classica donna della porta accanto, le conseguenze olfattive non hanno importanza. i clichese' lo fanno sentire bene. viaggia di mente e di rimorchio. si illude senza saperlo.
un minimo di imbarazzo, del tutto legittimo, intercorre durante la discesa.
(sesto-quarto piano) adamo: de quanto tempo tu abitare in questo palazzo?
olga: sono qui da circa un mese lei?
(quarto-secondo) adamo:mi scusi pensavo non comprenderebbe bene l'italiano.
olga: sorriso affettato che termina troppo velocemente perchè l'altra persona non si accorga che si è fatto davvero uno sforzo di cortesia. poco importa, adamo si gurda allo specchio.
(secondo-primo) adamo: sorriso imbarazzato.
olga: inespressiva.
(piano terra) adamo inserisce una chiave nel quadro dei comandi dell'ascensore.
olga: a cosa serve?
adamo di slancio pensando di fare un coup de theatre: serve a viaggiare nel tempo, dove e quando le piacerebbe andare?
olga: al momento prima di averla incontrata, avrei preso le scale!
olga esce dall'ascensore lasciando adamo solo che, girando la chiave, discende sottoterra, nei locali delle cantine dove puo' gettare la spazzatura, pardon, il pattume.
una ragazza dell'est, scura e lucente di pelo cadente sulle spalle, il colore della pelle decisamente in linea con la sua provenienza geografica, attende l'ascensore riducendo e riespandendo lo spessore delle proprie labbra di rosso pitturate.
adamo sorride, la ragazza dell'est che, senza troppa fantasia, risponde al nome di olga, dimostra un certo imbarazzo. evidentemente la manovra di adamo ha destato qualche sospetto. impigiamato, improfumato da far venire il mal di testa, tiene fra le mani un sacco della spazzatura che, in caso di discussione al riguardo e per non essere volgare, avrebbe chiamato pattume.
adamo è al settimo cielo al pensiero di dover dividere uno spazio cosi' costretto con la classica donna della porta accanto, le conseguenze olfattive non hanno importanza. i clichese' lo fanno sentire bene. viaggia di mente e di rimorchio. si illude senza saperlo.
un minimo di imbarazzo, del tutto legittimo, intercorre durante la discesa.
(sesto-quarto piano) adamo: de quanto tempo tu abitare in questo palazzo?
olga: sono qui da circa un mese lei?
(quarto-secondo) adamo:mi scusi pensavo non comprenderebbe bene l'italiano.
olga: sorriso affettato che termina troppo velocemente perchè l'altra persona non si accorga che si è fatto davvero uno sforzo di cortesia. poco importa, adamo si gurda allo specchio.
(secondo-primo) adamo: sorriso imbarazzato.
olga: inespressiva.
(piano terra) adamo inserisce una chiave nel quadro dei comandi dell'ascensore.
olga: a cosa serve?
adamo di slancio pensando di fare un coup de theatre: serve a viaggiare nel tempo, dove e quando le piacerebbe andare?
olga: al momento prima di averla incontrata, avrei preso le scale!
olga esce dall'ascensore lasciando adamo solo che, girando la chiave, discende sottoterra, nei locali delle cantine dove puo' gettare la spazzatura, pardon, il pattume.
domenica 29 novembre 2009
punkabbestisceddhru

ho cambiato la tasca del permesso di soggiorno, dalla posteriore destra alla posteriore sinistra dei pantaloni. ieri mattina ho notato sbirri svizzeri, equipaggiati come la police di detroit in robocop 1 e 2, che controllavano i cugini punkabbestia o come li volete chiamare voi. lì per lì il mio primo riflesso è stato quello di toccare la tasca destra posteriore dei pantaloni, vuota! ho setito il viso che veniva irradiato di sangue a fortissima pressione, poi mi sono ricordato del cambio tasca, ho estratto il permesso di soggiorno, ho guardato la foto e mi sono rassicurato, constatando, non senza un certo tipo di pensieri di orwelliana memoria, che io esisto.
solo nel pomeriggio, grazie al prode amico commentatore ed alla telefonata ansiosa dei cari che chiedevano delucidazioni, ho realizzato dei disordini verificatisi.
critica: ribellioni legittime ma vane, dotate a volte della stessa goffaggine con la quale i cugini di cui sopra ti parlano sbiascicando sotto l'effetto della benedetta special K, che dio la salvi!
sabato 28 novembre 2009
un'ottava ottica
vorrei giusto sottolineare l'importanza di un risveglio che si può definire solo con la parola placido. il sole fa sempre la sua parte, è il sole. ma era talmente tanto tempo che non ne vedevo uno, che quasi quasi mi ero abituato ad un mondo cromaticamente diminuito di un' ottava.
oggi c'è talmente tanta luce che persino l'accappatoio blu mi sembra bianco, o comunque svolge la medesima funzione dell'accappatoio bianco. c'è talmente tanta luce che... ma dove avrò messo gli occhiali da sole? e soprattutto, come si usano?
oggi c'è talmente tanta luce che persino l'accappatoio blu mi sembra bianco, o comunque svolge la medesima funzione dell'accappatoio bianco. c'è talmente tanta luce che... ma dove avrò messo gli occhiali da sole? e soprattutto, come si usano?
venerdì 27 novembre 2009
buon compleanno
si tratta del tempo.
ebbene, come un fulmine, come un flash, come il piü classico dei clic mentali, mi è tornata in mente una frattura nel cemento del marciapiede di fronte alla casa in cui sono cresciuto. vi ero seduto sopra quando, ad un'età direi preinfantile, mio cugino mi aveva convinto a cambiare squadra per cui tifare. la linea nel cemento, la divisione fra due ere (forse ero troppo impressionabile all'epoca, ma mi tranquillizzo pensando che certe qualità, o difetti- dipending on the angle of the dangle- sono inversamente proporzionali all'età). come un effetto cascata mi sono tornati in mente tutti i tombini della strada, i sette tombini di ockuto, i tornei di arti marziali fra i miei pupazzi - l'uomo tigre ed E-man ricevevano un trattamento di riguardo - che avevano come premio un casto accoppiamento con la barbie di turno sul non-troppo-immacolato (altrimenti non starei qui a dire quello che sto dicendo) letto nuziale della mater e del pater, sotto gli occhi impassibili di svariate madonne, in svariati tessuti e materiali, ora bi ora tridimensionali. a queste immagini se ne sono aggiunte altre, a bizzeffe, e se ne possono aggiungere altre, mie, tue, sue, nostre, vostre. il punto è quella sensazione di nostalgia, di sfuggito, di irrecuperabile, che tanto è vera quanto è banale. quella sensazione di coscienza di aver avuto troppa fretta, di non aver avuto pazienza nel crescere, come se, se fossi stato piü paziente, sarebbe cambiato qualcosa.
ebbene, come un fulmine, come un flash, come il piü classico dei clic mentali, mi è tornata in mente una frattura nel cemento del marciapiede di fronte alla casa in cui sono cresciuto. vi ero seduto sopra quando, ad un'età direi preinfantile, mio cugino mi aveva convinto a cambiare squadra per cui tifare. la linea nel cemento, la divisione fra due ere (forse ero troppo impressionabile all'epoca, ma mi tranquillizzo pensando che certe qualità, o difetti- dipending on the angle of the dangle- sono inversamente proporzionali all'età). come un effetto cascata mi sono tornati in mente tutti i tombini della strada, i sette tombini di ockuto, i tornei di arti marziali fra i miei pupazzi - l'uomo tigre ed E-man ricevevano un trattamento di riguardo - che avevano come premio un casto accoppiamento con la barbie di turno sul non-troppo-immacolato (altrimenti non starei qui a dire quello che sto dicendo) letto nuziale della mater e del pater, sotto gli occhi impassibili di svariate madonne, in svariati tessuti e materiali, ora bi ora tridimensionali. a queste immagini se ne sono aggiunte altre, a bizzeffe, e se ne possono aggiungere altre, mie, tue, sue, nostre, vostre. il punto è quella sensazione di nostalgia, di sfuggito, di irrecuperabile, che tanto è vera quanto è banale. quella sensazione di coscienza di aver avuto troppa fretta, di non aver avuto pazienza nel crescere, come se, se fossi stato piü paziente, sarebbe cambiato qualcosa.
martedì 24 novembre 2009
l'effetto levier
a volte succede che delle persone non godano più di considerazione in quanto tali. l'espediente è quello di incominciare a inventarsi nuove identità, nuovi modi di essere, per godere di nuovo credito con altre persone, nuove anche loro. il meccanismo è perverso. ci si può inventare infiniti modi di essere di se stessi e godere di nuova considerazione con infinite persone che si possono incontrare. il rischio è quello che qualcuno dei noi stessi inventati e messi in piedi, inizi a scricchiolare, si sgretoli, scompaia davanti alle persone di cui sopra. chi ti ha dato credito allora cerca di risalire al te stesso immediatamente superiore e, se non è un Agosto ed è veramente incazzato, sente odore di bruciato e cerca di risalire i te stessi fino a quell'ameba che, incapace di svilupparsi, ha creato infinite versioni di se stessa, vuote. il principio è quello della matriosca. direi che ogni punizione è vana, vivere così è già di per sè una gran condanna..
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